“L’acredine del vespro” è la silloge vincitrice della sesta edizione del Premio internazionale Montag per la sezione poesia. Un’opera che riverbera di attualità, che parla dell’uomo e delle sue distorsioni, di rinnegazione del sé e della ricerca, sempre più flebile di una parola che ricostruisca un’idea di speranza.
Carlo, dicci qualcosa di te. Un qualcosa che non possiamo sapere.
Raccontare un mondo interiore, specie se complesso e sfaccettato, è come pescare nel canto più torbido e profondo del lago. E ogni volta che si pesca nel subconscio alla ricerca di un lato di sé più intimo e particolare, non si sa mai quale razza di creatura si andrà a catturare. Suppongo che una definizione qualunque del mio modo di essere si possa esprimere unicamente a suon di ossimori: potrei definirmi un placido terremoto, un caotico perfezionista, un pessimo ottimista. Scrivo da sempre, sono sempre stato affascinato dal potere della parola, e rapito dal potere dell’immaginazione. Se dovessi però cercare un elemento caratterizzante della mia indole, direi che sono difficile da decifrare, imprevedibile, sempre alla ricerca di emozioni e deciso a realizzare l’impossibile. Una delle canzoni che ascoltavo con un certo trasporto emotivo da bambino era “La ballata dell’amore cieco” di De André. Mi capitava sempre di pensare che non ci fosse niente di più eroico che morire per amore, anche metaforicamente: sacrificare qualcosa di sé per gratificare qualcun altro. E in modo assurdamente incondizionato. E, non so perché, l’incredibile felicità di quell’uomo mi sembrava di averla davanti agli occhi, vedevo il suo volto sorridente, e, in modo ancora più incomprensibile, mi pareva che tutto sommato quella storia avesse un senso. E così scoprii che un tratto della mia personalità era orientato a ricercare dagli altri uno sguardo di assenso, un cenno di approvazione… Era il mio nutrimento, ciò per cui valeva la pena passare intere notti senza sonno: cercare di piacere agli altri era la mia missione. Quando poi mi si diceva che tale caratteristica comportamentale è un tratto distintivo di chi nasce sotto il segno dei gemelli, replicavo parafrasando Freud. Ed ecco un’altra componente del mio essere: tentare di rifiutare il dogmatismo cabalistico, per quanto affascinante possa essere, per ridurre ogni pensiero sui massimi sistemi ad un razionalismo logico e ponderato. E tale assunto produce un ulteriore dettato ossimorico: quello del romantico razionalista.
In dieci parole: perché dovremmo leggere la tua silloge?
La mia anima è frantumata in mille pezzi: leggetene trenta.
Ungaretti diceva che si fa poesia non pensandoci, ma perché occorre farla. E la tua silloge ci è sembrata pervasa d’urgenza, allo stesso tempo un grido di orrore e speranza. Da cosa è arriva la tua esigenza di comporla?
Dalle brutture del mondo di oggi. In molti versi faccio riferimento alla società in cui viviamo, alla sua sete di vanità, di vacuità. Una società in cui dominano disvalori come l’indifferenza, l’individualismo spietato e cinico, in cui le emozioni durano un attimo e non si riconoscono, si confondono e si esibiscono come un trofeo. Una società dove più che mai l’uomo è lupo dell’altro uomo. “Occorre fare poesia” … Questa frase per me significa che è necessario essere umani, in un mondo troppe volte disumano. Dove esistono locuzioni come “deepfake”, “fake news”, dove nulla è autentico, dove tutto si compra e nulla si dona. Con le parole mi piace inventare multiversi della controtendenza; con esse possiamo veramente essere liberi, se siamo in grado di comprenderne il valore ed il potenziale, così come fanno coloro che le parole le brandiscono come spade, servendosene per creare schiavitù, dipendenza, imperialismo, sopraffazione. Dovremmo avere il coraggio di opporci alla violenza verbale imperante, al volgare intento di infarcire frasi retoriche per costruire fiumi di demagogia, il male del secolo. La politica è diventata sinonimo di dissimulazione, la gente comune odia fingendo di amare, e idolatra vuoti simulacri, come l’autoreferenzialità vanagloriosa, la rivalsa astiosa, l’arrivismo spietato. Sarebbe forse il caso di fare un passo indietro e ritrovare antichi e più genuini valori. Anche attraverso la poesia.
La tua strada per la poesia, è fatta di…
Afose giornate estive e pomeriggi uggiosi, pensieri felici e tormentati sospiri. Letture appassionate e serate intorno al fuoco di un falò. Ma soprattutto, come ogni nostro traguardo, di tanta sofferenza. Soffrire per un amore perso, mai conquistato, o per un amore corrisposto, ma di cui sentiamo la mancanza, anche solo per poche ore, vale mille volte un pomeriggio passato nell’inedia. Insegna a capirsi, a guardarsi dentro. La sofferenza anima e ravviva il fuoco della nostra esperienza; l’errore conduce alla saggezza, la fatica tempra l’animo, e ci mostra il mondo in un’ottica più concreta. Chi ha sperimentato tempi duri ha imparato la resilienza, lo spirito di sopravvivenza, ma molto spesso anche la via dell’altruismo e del sacrificio per l’altro. Troppo poco valore si dà oggi al sudore che, dopo una competizione agonistica, come nella vita, testimonia la sfida vinta con noi stessi, che sognavamo traguardi inferiori mentre emettevamo ansanti gli ultimi respiri nel quotidiano, stremante allenamento. La poesia è vita, è espressione della propria anima e, in un certo senso, comprensione dell’anima del mondo; é qualcosa di molto raffinato, aulico, infinitamente colto, ma allo stesso tempo sa di fango, di sangue, di ruggine, di peli pubici. Ed è proprio in queste contraddizioni che si anima lo spirito del poeta di razza. Egli sa amare, ma al contempo sente l’amore come un ideale irraggiungibile; sa sognare, ma vede il sogno come intangibile. Ride, ma dentro piange copiosamente. La mia poesia, la poesia di Dickinson, o di Foscolo è fatta di infinite poesie, di esperienze concrete, di amori passionali, di un ineluttabile odore di morte. Si tratta di un nugolo di emozioni indescrivibili, che però in qualche modo, miracolosamente, vengono a galla per farsi vedere, e quindi descrivere. Ciò che accomuna tutti i poeti è che sono esseri umani. Essi hanno tuttavia la capacità di guardare più a fondo, di scandagliare il nucleo dell’essere umano e analizzarlo con una certa lucidità, che si amplifica se i sensi del poeta sono intorpiditi da una qualche sofferenza. La catarsi è la quintessenza del fare, del dire e dell’agire poetico: senza l’amaro disincanto dei drammaturghi, il mondo sarebbe tragicamente privo dell’integerrima solidità morale di Antigone, della lucida follia di Aiace, della intensa quanto tragica scena di morte degli amanti di Verona, il picco più alto della poesia mondiale di ogni tempo.
Come nasce il Carlo poeta che cerca le sue parole?
Quel cercatore è un navigatore notturno nella nebbia, un Dante senza il suo Virgilio. Ed ogni tanto, nella selva oscura della vita quotidiana, fatta di impegni, di incontri, di scambi di opinioni, si accende una luce, che va colta immediatamente. La musa ama manifestarsi nei modi e nei momenti più disparati: appare in sogno, nel cuore della notte, ed allora sarà opportuno catapultarsi dal letto per annotare su un tovagliolo trovato nel comodino la frase brillante che avrà suggerito, che ispirerà un ulteriore pensiero e poi ancora una idea intermittente, costringendo il redattore a passare una notte insonne in preda all’ispirazione. O potrà farsi viva quando si è in viaggio, durante una passeggiata al lago, persi fra i propri pensieri, o durante un pomeriggio sonnolento, quando il tempo si ferma e i pensieri accelerano d’improvviso. Non è il poeta a cercare la poesia, bensì l’esatto contrario! Una importantissima fonte di ispirazione è costituita dalla musica. Spero vi sarà capitato, udendo il virtuosismo di un violinista, o la melodiosa timbrica di una cantante, di ritrovarvi il volto inondato dalle lacrime… A me capita spesso; il canto, la musica, la forma espressiva della teatralità, muovono a compassione quando riescono a toccare le corde della nostra anima, e mettono a nudo i nostri ricordi più intensi: il sorriso di un caro estinto, una passione non più trovata, il ricordo di un sospiro. Quelle lacrime sono fiori sbocciati con la primavera della poesia: in un certo senso sono poesia allo stato liquido.
Scrivere è osservare il mondo. Sei un insegnante della scuola secondaria: quanto è importante oggi coltivare la fantasia e l’attitudine a osservare nei ragazzi?
La fantasia, la creatività, l’immaginazione sono braci da fuoco: occorre almeno conservarle nella cenere per tenere viva la favilla se non vi è la possibilità di ravvivarle con il mantice della passione. Quando in classe lavoriamo sul testo descrittivo, il cuore pulsante all’interno di una narrazione, mi piace stimolare i ragazzi ad immaginarsi in un luogo del cuore. E allora dovranno chiudere gli occhi e trasportare sé stessi in un luogo amico, un ricordo piacevole e accogliente. Solo dopo qualche attimo di transfert emotivo si iniziano a vedere i primi frutti: io immagino di essere in riva al mare, sdraiato sulla sabbia, circondato da palme da cocco e immerso in una sabbia soffice e bianca. La brezza marina mi accarezza e mi ricorda di quando ero un giovanetto felice. Momenti come questo sono fatti di autentico apprendimento: stiamo imparando a trasportare il nostro vissuto nei nostri testi, e a trasformare un banale esercizio scolastico in una autentica esperienza di vita. Senza passione ciò che scriviamo è banale inchiostro su stupidi pezzi di carta; credere in ciò che facciamo trasforma quel nonsense in autenticità, un tema scritto in due ore di lezione in un testo letterario. Ma purtroppo, come sappiamo bene, l’attitudine al sogno, l’abilità della noia, l’esercizio dell’inutile è cosa rara in una scuola dominata da infiniti adempimenti burocratici, freddi laboratori informatici e seminari di preparazione al mondo del lavoro, come se l’unico scopo dell’istituzione scolastica fosse quello di preparare l’uomo ad essere un colletto bianco, un ingranaggio ben funzionante del meccanismo perfetto del mondo produttivo, non un essere umano carico di onore, dignità e passioni ingovernabili. E allora i libri di testo non si soffermano più sulle lotte risorgimentali, allorquando i giovani italiani si pregiavano di morire per la loro patria o per i loro ideali di giustizia; non si fa cenno alla triste sorte di Francesco Ferrucci, e del suo tristo aguzzino che osava maramaldeggiare sul suo corpo inerme, né si racconta ai ragazzi il valore del maestro Giulio Perboni, che amava i suoi ragazzi come figli e insegnava loro a volersi bene fra una lezione e l’altra. In una parola, oggi non c’è spazio per l’empatia o la tempra valoriale; nel mondo post-ideologico, laddove si pensa che le ideologie siano dei mostri orribili di cui sbarazzarsi, e non la manifestazione dell’ideale politico e sociale di un uomo, si sostituisce volentieri la passione per la cultura con l’ambizione più cinica e la fredda razionalità del guadagno e del cannibalismo sociale. E ciò, a mio modo di vedere, è molto pericoloso.
Scrivere in un certo qual modo è sacrificio, e sarai d’accordo, ma come ci si sente il giorno dopo aver vinto un premio?
Ci si sente realizzati. Sai di avere un certo talento perché te lo dicono i familiari o gli amici più stretti, ma quando i tuoi testi vengono selezionati da persone competenti fra altri di grande valore, e riconosciuti meritevoli di un premio, solo allora ti rendi conto che aver investito su quel talento è stata una scelta opportuna. L’emozione è forte, prorompente; ma l’attesa per ciò che accadrà poi è ancora più energizzante! Sogni di conoscere persone colte e interessanti, di ampliare i tuoi orizzonti, di viaggiare e magari di poter condividere i tuoi pensieri con una platea più ampia, di poter dialogare su temi comuni con poeti e scrittori. E soprattutto immagini il tuo nome sulla copertina di un libro. Magari si apriranno nuovi scenari: presentazioni, serate, dibattiti… E poi ritorni coi piedi per terra! Resta però la soddisfazione per il traguardo appena raggiunto, e la voglia di migliorarsi ancora, per poter un giorno coronare i tuoi sogni di gloria. Voglio ringraziare le persone che hanno creduto nelle mie opere, e che magari, leggendole, si sono emozionate, perché era quello l’intento iniziale. Mi riferisco sia ai membri della commissione esaminatrice che a coloro, amici e familiari, che hanno creduto in me, accompagnando i miei sogni con il loro affetto e la loro stima. Ringrazio tutti i miei allievi, e le ragazze del Gorlago calcio, che ogni giorno sanno regalarmi la gioia di imparare, mentre provo a condividere con loro sparute gocce della mia esperienza, oltre al valore della poesia.
Grazie Carlo, ora non resta che leggerti.
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