Ci sono conversazioni che non sembrano interviste, ma momenti condivisi. Quelle tra Antimo e Ivano sono così: due amici che si rispettano e, soprattutto, si ascoltano. E poi ci sono io, che senza averli mai incontrati posso definirmi loro amico, un’amicizia fondata su una stima reciproca, ma non solo. Hanno pubblicato molti libri con la Montag, con mio immenso piacere, testimonianza che a volte ci sono cose più importanti dei numeri e del nome. Nei loro libri non c’è solo la linfa di chi ama in modo viscerale la scrittura, ma anche il loro modo di stare al mondo: uno con l’orecchio rivolto alla città che respira, l’altro con la parola che si sporca le mani. Leggerli insieme è come assistere a un gesto di cura corale, due voci diverse che si incontrano senza sovrastarsi, proprio come le loro sensibilità. Da amico (di penna), so che ciò che dicono qui non è posa, ma verità. È il loro modo, ostinato e gentile, di tenere viva la dignità delle storie e delle persone.
Alberto Cola
Antimo Ceparano incontra Ivano Ciminari (una conversazione che sembra un vicolo di Salerno al tramonto)
Antimo: Ivano, tu hai una cosa rara: la capacità di ascoltare la città, e non solo. Voglio e desidero soffermarmi su di un aspetto che ti svela e ti rende unico: l’amore per la tua città. Non la città come cartolina, ma quella che respira, che sbaglia, che ride storto. Da dove nasce questo tuo orecchio “vivianesco”?
Ivano: Nasce dal camminare. Io non ho studiato la città: l’ho attraversata. Salerno non è uno scenario, è una voce. E come tutte le voci popolari, se non la ascolti con rispetto ti scappa. Viviani questo lo sapeva. Io provo a impararlo ogni giorno.
Antimo: C’è chi ti definisce proprio così: un Viviani che invece di raccontare Napoli racconta una Salerno che nessuno ha ancora avuto il coraggio di mettere in scena. Ti ci ritrovi?
Ivano: Mi ci ritrovo nel metodo, non nel merito. Viviani guardava gli ultimi senza paternalismo. Io cerco di fare lo stesso: non giudico, non assolvo. Raccolgo. La mia Salerno, e tutti i miei personaggi, non rappresentano un quadro pittoresco: Salerno è una città che si porta addosso la fatica del mare e la malinconia delle colline. Io provo a darle voce.
Antimo: Eppure nei tuoi personaggi c’è sempre una dignità ostinata, una specie di nobiltà del quotidiano. È questo che ti avvicina a Viviani e ai grandi Autori: la compassione senza sentimentalismo.
Ivano: La compassione è un rischio. Se la usi male diventa retorica. Io cerco la tenerezza dura, quella che non consola ma riconosce. La gente che incontro non vuole essere semplicemente osservata: vuole essere vista.
Antimo: E tu li vedi. Li vedi come pochi. Hai una scrittura che non fa rumore, ma lascia tracce. Come se ogni frase fosse un passo su un selciato bagnato.
Ivano: Perché io non scrivo per stupire. Scrivo per restare. Per lasciare un segno piccolo, ma vero. Viviani aveva questa cosa: non cercava l’applauso, cercava la verità del gesto. Io provo a seguirlo da lontano, con umiltà.
Antimo: C’è un aspetto che mi colpisce: tu racconti la città non come un luogo, ma come un organismo. Salerno, e non solo Salerno, nei tuoi testi respira, sbaglia, si ammala, guarisce. È un personaggio.
Ivano: Perché lo è. Le città sono come le persone: hanno cicatrici, memorie, rancori, sogni. Io non descrivo Salerno: la interrogo. E lei, a volte, risponde.
Antimo: Se dovessi dire qual è la tua missione di scrittore, quale sarebbe?
Ivano: Restituire dignità alle storie piccole. Quelle che nessuno racconta perché sembrano insignificanti. Ma sono proprio quelle che tengono in piedi il mondo.
Antimo: E questo, Ivano, è il punto in cui tu non sei “quasi” Viviani. Lo sei nel gesto, nella postura, nella fedeltà agli ultimi. Ma sei anche qualcosa di tuo: un autore che sta costruendo una Salerno letteraria che prima non esisteva.
Ivano: Se è così, allora valeva la pena scrivere.
Antimo: È così. E vale ancora la pena continuare.
Ivano Ciminari incontra Antimo Ceparano (due scrittori seduti come due pescatori sul molo: uno getta la rete, l’altro la parola)
Ivano: Antimo, tu hai una cosa che pochi scrittori hanno: la parola che non vuole essere letteratura, ma vita. Da dove nasce questa tua urgenza di trasformare ogni frase in un gesto?
Antimo: Nasce dal mestiere, Ivano. Dal ferro, dalla fatica, dal sudore. Io non ho mai pensato alla scrittura come a un’evasione: per me è un attrezzo, come il martello. Serve a costruire, a riparare, a fare spazio.
Ivano: Eppure nei tuoi testi c’è una dimensione rituale, quasi sacrale. Non sembri uno che scrive: sembri uno che officia. È una scelta o una condanna?
Antimo: È una fedeltà. Io vengo da una terra dove la parola non è mai neutra: o benedice o ferisce. Ho imparato presto che scrivere significa assumersi una responsabilità. Ogni frase è un patto.
Ivano: Tu parli spesso di “parola fraterna”, di comunità, di rito. Ma oggi la letteratura sembra andare nella direzione opposta: individualismo, narcisismo, solitudini esibite. Come ti ci collochi?
Antimo: Non mi ci colloco. Io non scrivo per l’io, scrivo per il noi. La mia scrittura non vuole essere un monumento: vuole essere un tavolo dove la gente si siede. Se non c’è comunità, la parola muore.
Ivano: Eppure, Antimo, tu sei uno scrittore che divide. C’è chi ti considera un visionario, chi un eretico, chi un artigiano della lingua. Tu come ti definiresti?
Antimo: Un uomo che cerca. Tutto il resto sono etichette che servono agli altri per sentirsi al sicuro.
Ivano: Io ti vedo come un autore che ha fatto una cosa rara: ha portato la scrittura fuori dai libri. L’ha messa nei cortili, nelle fabbriche, nelle assemblee, nei riti. Come ci sei arrivato?
Antimo: Perché la letteratura, da sola, non basta. La parola deve sporcarsi le mani, deve entrare nella vita vera. Se resta sulla pagina, resta sterile. Io voglio che la parola cammini.
Ivano: C’è un tratto che ti distingue da molti: tu non hai paura della fragilità. Anzi, la metti al centro. Perché?
Antimo: Perché è l’unica cosa che ci rende umani. La forza è un’illusione. La fragilità è una verità. E la verità, quando la riconosci, ti libera.
Ivano: Ultima domanda, Antimo. Non quella da giornalista, ma quella da uomo: che cosa speri resti della tua scrittura quando tu non ci sarai più?
Antimo: Spero resti un gesto. Un modo di stare al mondo. Una traccia che dica: “la parola può ancora salvare, se la usi per costruire e non per dominare”.
Ivano: Allora, Antimo, ti dico una cosa che non ti ho mai detto: tu non sei uno scrittore che racconta il mondo. Tu sei uno che lo rialza. E questo, credimi, è molto più raro.

