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ANTIMO CEPARANO, E L’ASSASSINIO DELLA PAROLA

di Ivan Ciminari.

Sono nel suo antro che esplode di libri, in un dopopranzo dal sapore alcolico in un pomeriggio di fine aprile, lui è di fronte a me, con la sua aria a metà tra il profetico ed il folle.

Mi preparo ad intervistarlo, ma sono talmente tante le domande che mi vengono in mente, che vi dovrete accontentare di ciò che lo spazio mi consentirà.

Buonasera Antimo, cosa sei lo sappiamo in tanti, ma ciò che ci interessa è sapere chi è Antimo nella sua essenza, sappiamo che la poesia ha un ruolo fondamentale nel tuo sentire, ma cosa è la poesia per te?

Il bisogno di parlare utilizzando quello che io chiamo l’oscurità estetica, diventa necessario per trasferire segmenti di segni linguistici che da significante diventino nuovo significato nei possibili lettori. È opportuno dire che l’uomo è l’animale poetico per eccezione e che usa un metalinguaggio, appunto quello poetico, per dare vita alle emozioni altrimenti non esprimibili in altro senso.

Il tuo percorso artistico parte la lontano e si è esplicato in molte forme diverse, dal teatro alla poesia, fino ad approdare ad una prosa sanguigna. Sei un artista a tutto tondo, ma da cosa nasce la tua poliedricità?

L’arte è collegata nei diversi modi in cui viene espressa, per cui l’artista vive il dramma della “finità”, ovvero dei limiti imposti alla sua stessa creatività. È opportuno, dove sussistano le condizioni creative, unire i diversi modi di esprimersi in un unico filo conduttore, perché la parola possa orientare il pensiero dell’artista. La parola diventa orale morto e nel momento che l’orale morto viene seppellito in un ipotetico cimitero, appunto il foglio, aspetterà che il lettore possa farla risorgere, allo stesso modo nel teatro la stessa parola viene crocifissa nell’animo dell’ascoltatore, il quale ha la stessa funzione che assume il foglio scritto. Vi è continuità, quindi, nelle diverse forme artistiche, tralasciando l’espressione semplice e pura.

È questo, dunque, che intendi per assassinio della parola?

Si, perché lo scrittore, nel momento stesso che inchioda la propria scrittura al foglio, la seppellisce nel foglio stesso e il lettore sarà colui che la farà risorgere. In questo modo la resurrezione mistica dell’arte avviene ogni qualvolta uno scrittore ammazza la propria creatura e dal sangue di inchiostro che ne esce nasce l’opera incontaminata che non morirà mai di morte vera,

Quando e come hai capito che saresti diventato un assassino allora?

In verità è una presa di coscienza avvenuta in età matura, prima mi limitavo a considerarmi un testimone del mio tempo, senza curarmi del come veicolasse la mia arte.

Sei da sempre un uomo impegnato anche nel sociale, come trovi la quadra tra l’uomo politico, lo scrittore, lo studioso ed il creatore di storie? Chi è Antimo?

Il senso di anarchia che mi avvolge e che mi fa considerare la libertà come l’espressione più alta della società, mi muove in più direzioni, che io lego tra di loro con un comune denominatore. L’uomo ha il volto rivolto verso gli altri e non chiuso in sé stesso, questo ci deve rendere docili alla testimonianza politica e artistica, usando tutte le forme di comunicazione che abbiamo a disposizione.

A chi ti accusa di essere troppo prolifico, cosa rispondi?

L’ansia di trasmettere ciò che ho dentro e il tempo non eccessivo che mi rimane da vivere, mi pongono nella condizione di trasferire ciò in cui credo in breve tempo ed al più presto possibile.

Da tempo hai legato la tua firma a quella di Montag editore, perché questa scelta?

Credo che sia essenziale stabilire che Montag è retta da un grande scrittore, Alberto Cola, ed è per me estremamente gratificante il fatto che Montag abbia proceduto finora alla pubblicazione di ben tre miei libri e con la certezza che prossimamente altri due saranno pubblicati. L’unica eccezione alla collaborazione verso Montag mi viene da testi miei già pubblicati in precedenza e ripubblicati da altre case editrici, perché Montag non ha come linea editoriale di pubblicare scritti già noti in precedenza.

E appena uscito il tuo nuovo romanzo, dal titolo particolare ed apparentemente provocatorio, cioè “Autobiografia di Dio”. Di quale Dio parla il tuo libro?

La divinità è nell’uomo stesso e nell’universo, allo stesso modo con cui l’elettricità si manifesta nell’uomo che ponga la propria mano in una presa di corrente. Il problema sta nell’esperienza personale che ognuno ha in questo rapporto, parlo del rapporto tra Dio uomo e Dio divinità. Il mio libro tende a mostrare l’unicità di un percorso che ci renda figli e padri di Dio, poiché nel momento in cui accogliamo la divinità in noi, essa diventa nostro figlio e quando la trasferiamo sul nostro piano esistenziale, ne diventiamo padre.

Il pomeriggio volge al termine, nello studio aleggia una dolce musica di sottofondo, l’intervista è finita ma l’impressione è che siano molte di più le cose ancora da dire, Il Grande Vecchio avrà ancora modo di raccontarsi, ma questa è un’altra storia.

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