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IVAN CIMINARI, E LA SCRITTURA COME INNO AL SENTIRSI VIVI

di Antimo Ceparano.

È un mattino sul finire di aprile. Lui mi è di fronte: figura nobile ma non artefatta, ha il viso sincero di chi trasuda sulla propria pelle il nettare misterioso della scrittura: non nascondo che siamo più che amici perché Ivan, o Ivano come è scritto all’anagrafe, è di una disarmante attitudine al bello, al sublime, a tutto ciò che rappresenta la vera essenza umana.

Gli chiedo cosa è per lui la scrittura.

Innanzitutto scrivere per me è un modo di sentirsi vivi. Parto dalla certezza che ciò che si scrive sia vero e che non venga mosso dalla sola ragione.

Cosa intendi per l’affermazione ciò che si scriva sia vero?

– Scrivere non è un mestiere ma una necessità e aggiungo che ciò riteniamo necessario debba essere espresso senza veli perché questo è il modo di rispettare noi stessi e gli altri. Aggiungo anche che abbellire a bella posta una frase o un verso equivale a toglierle spontaneità e dunque verità: ecco perciò cosa intendo per essere vero ciò che si scrive.

Quando hai scoperto di essere uno scrittore, e non dimentichiamo un Poeta?

Forse non lo ho ancora scoperto perché mi piace pensare di essere ancora incompleto e che da qualche parte, nel caos dell’Universo, ci siano le Parole più belle ad aspettarmi. Definirsi uno scrittore è come confessare di aver raggiunto il punto di arrivo ma scrivere è un viaggio che finisce al traguardo. Per questo non amo definirmi uno scrittore ma un semplice cercatore.

Cosa intendi per traguardo?

– Non amo gli scrittori autoreferenziali, così come non amo parlare dei miei libri. Lo scrittore non deve mai essere un impiegato della Parola, perché in questo modo svilisce la nobiltà dello scrivere e la necessità di mettersi a nudo. Quando uno scrittore diventa autoreferenziale comincia a sentirsi appagato e non sente più la “fame” di comunicare le proprie emozioni.

A che età hai compreso (preso in te) la coscienza di dedicarti allo scrivere?

– Posso dire che la colpa è tutta da addebitare a mio padre, il quale fin da quando avevo otto anni di età tornava dal lavoro portandomi i libri di Emilio Salgari, che divoravo in poche ore, poi ho capito che anche io potevo avere dei “viaggi” da raccontare e scrissi la mia prima novelletta a nove anni e da allora, nonostante la partenza di mio padre verso i lidi eterni mi è rimasto stigmatizzato il Valore della Scrittura.

So che ami in particolare gli scritti di alcuni autori e che ultimamente ti ha colpito Lazarus di Alberto Cola. Cosa provi in particolare nel leggere libri non usuali e ti piace questo tipo di letteratura e perché?

Leggere un bel libro è cosa abbastanza comune, ciò che è davvero raro è leggere qualcosa che non assomigli a nulla di già letto prima. Quello che voglio dire è che un bel libro per colpirti davvero ha necessità di essere un capolavoro, ad esempio “Il nome della rosa” ricalca tematiche già utilizzate in precedenza ma con una levatura talmente elevata, da non avere bisogno di essere originale, è utile a suscitare, nel lettore quello sciame di emozioni che risultano essere comunque nuove.

Lazarus di Alberto Cola si pone sulla scia di quegli autori che scrivono in modo innovativo, come ad esempio Amleto de Silva, Tullio Avoledo o il meno noto Giulio Rabagliati, questo non significa emarginare come nicchie letterarie mal comprese questi autori, ma, al contrario, elevare la vera letteratura al ruolo che le spetta, perché troppo spesso i mediocri assurgono a un ruolo eccessivo per ciò che spetta loro mentre chi esercita un lavoro di ricerca e di pensiero sulla e nella Parola è considerato come un elemento ostile ai sistemi politici.

Cosa rappresenta la casa editrice Montag, dove hai pubblicato gli ultimi tuoi libri.

Conosco Montag da anni e ciò che apprezzo di più di questa casa editrice è che la stessa è selettiva rispetto alla qualità delle opere pubblicate, mentre altri, con cui ho avuto una triste collaborazione, hanno un atteggiamento elementare e dilettantesco nell’autocelebrarsi e autocelebrare: Montag è un vero Editore! Non un semplice stampatore di opere autoprodotte. Basta tuffarsi nel catalogo che propone e nel modo professionale, altamente professionale, con cui esercita il proprio ruolo di sacerdote della Parola per rendersi conto della differenza rispetto ad altre case editrici, e fortunatamente non tutte.

Parlaci un po’ del tuo ultimo libro pubblicato con Montag.

Il Penitente, questo è il titolo del mio ultimo libro, parte da molto lontano, e di certo è il più sofferto. Non mi ero mai cimentato con un romanzo storico e questo mi ha portato a una lunga gestazione che mi ha scaraventato, letteralmente, in un’epoca per me oscura e lontana.

Questo romanzo è particolarmente importante, per me, perché mi ha insegnato che nessuno scrive da solo. Mi spiego meglio: abbiamo sempre bisogno di uno sguardo onesto e, quando necessario, persino critico. Mi sembrava un bel libro ma incompiuto e ho manifestato questa mia osservazione a un amico il quale mi ha parlato con l’onestà dovuta a chi manifesta la propria amicizia: in fondo il valore aggiunto che ha questo mio romanzo è proprio questo.

Ti ringrazio e ti auguro ogni felicità e ti confesso che sei tra i miei autori preferiti.

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