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NICOLA ARGENTI, VINCITORE DEL PREMIO MONTAG-POESIA: L’ESPLORAZIONE COME RIAPPROPRIAZIONE DEL LINGUAGGIO

“La rosa nel magma” è la silloge vincitrice della seconda edizione del Premio internazionale Montag per la sezione poesia. Un’opera che permette di confrontare l’esperienza umana con ogni elemento reale o immaginario e tradurlo in un anagramma sensoriale che non rappresenta più solo ciò che appare a prima vista, ma porta con sé una chiave di lettura diversa, ignota e in alcuni casi illuminante.

Nicola, dicci qualcosa di te.

Potrei dire di essere nato nel settembre del 1978 e che sono del segno della Vergine ma poco importa. Potrei dire che sono nato e cresciuto a Roma, nel quartiere San Giovanni ma anche questo non è così rilevante. E potrei dire che sono un appassionato di letteratura, poesia, scultura e pittura, fumetti, sport, arti marziali e che tra il dolce e il salato non saprei cosa scegliere e anche tutto questo, in fondo, non è importante.

Potrei invece dire: ho scritto un primo racconto di fantasia a dodici anni e i miei compagni di classe risero scioccamente; sono appassionato della cultura nipponica già da tenera età e ne ho studiato la letteratura, le tradizioni e la lingua; ho camminato per i corridoi del Museo d’Orsay e del Louvre, in completa estasi. Tre volte; sono un animale da biblioteca; ho fatto a pugni per sport ma non solo, le ho date e qualche volta le ho prese; mi alleno spesso perché la fatica è Zen e l’attività fisica è un ottimo palliativo la meteoropatia; soffro di cefalea cronica; amo ancora scrivere su carta ma trovo scocciante dover poi ricopiare tutto al computer e non ho trovato una soluzione soddisfacente a questo dilemma; alla fine degli anni ’90 ho manifestato in strada in molte occasioni e ancora ricordo quelle difficili giornate; non ho mai amato uscire il sabato sera, sin da ragazzino. In realtà non ho mai amato uscire più di tanto; leggo molto ma meno di quanto si possa pensare, il tempo (banalmente) non è mai abbastanza. Mi dedico soprattutto alla narrativa, molta del genere surrealista e realismo contemporaneo americano, poco fantasy, qualcosa di fantascienza; sono un felice possessore di circa quattordici libri di Erskine Caldwell e di una introvabile copia del Waverley di Sir Walter Scott (tradotto in italiano!); adoro i film horror e d’azione; parlo male ben quattro lingue; ho un caratteraccio e mi infiammo per poco ma in fondo sono un buono e nelle presentazioni cerco sempre di iniziare dal fondo; vivo un rapporto di odio e amore con la linguistica italiana; studio molto i poeti del Novecento e ogni volta mi accorgo di non capire nulla di poesia; scrivo perché è la più onesta espressione di me stesso e spero che un giorno mia figlia, leggendomi, possa imparare a conoscermi meglio e al contempo interessarsi a tutt’altro perché «figlia mia, la scrittura è una dannazione!»

In dieci parole: perché dovremmo leggere la tua silloge?

Ogni componimento è una visione e si scopriranno nuovi mondi.

La tua strada per la scrittura è fatta di…

…sanpietrini sconnessi e scalinate impervie, dunque faticose. Scrivere è quanto di più difficile abbia fatto fino ad ora. È un reale e spietato confronto con me stesso, è un riflettersi su “specchi invisibili, specchi che non hanno riflessi[1], è una continua ricerca di parole, forme espressive e metriche appaganti e spesso i risultati non sono quelli desiderati. Sconfitte vertiginose e vittorie ingannevoli. È un affannato e disperato tentativo di trasmettere qualcosa che per sua natura non è completamente trasmissibile né descrivibile, soprattutto quando si tratta di poesia. Scrivere è un patto che ho stretto con tutte le versioni esistenti del sottoscritto. Siamo in tanti qui dentro, ognuno vuole dire la sua e l’unica maniera che abbiamo per farlo è proprio la scrittura.

Quanto c’è di Nicola in queste poesie?

Nel romanzo l’abuso dell’elemento autobiografico è dilettantismo; in poesia è la base di ogni singola sillaba. Fermo restando che si tratta solo di una mia opinione (ma anche di una verità assoluta), non ho mai scritto una poesia che non avesse qualcosa di personale tra i suoi versi. Non ho mai voluto scrivere d’Amore ma l’ho fatto; non avrei mai voluto parlare d’altri, invece l’ho fatto; non avrei voluto aprire certe porte, eppure le ho aperte; non mi piace essere sentimentale o compassionevole ma lo sono stato. In queste poesie c’è tutto quel che Nicola avrebbe voluto tenere nascosto.

Come nasce il Nicola scrittore e poeta?

Nasce spontaneamente, senza suggerimenti o instradamenti. A casa prevalentemente si leggeva (e lo si fa tutt’ora) senza una vera tradizione di scrittura ma con una meravigliosa libreria del settecento inglese, piena di grandi classici e di tomi di architettura. Al contrario a scuola gli stimoli all’espressione personale erano pochi tant’è che ho sempre tenuto per me i miei scritti e non ricordo nessun insegnante con affetto. L’interesse nasce sostanzialmente dalla forma diaristica; in modo rituale trascrivevo pensieri e sensazioni di ogni sorta per vedere “cosa sarebbe successo e come sarebbero stati su carta”.

Pian piano è cresciuta la volontà di conoscere meglio la letteratura e la poesia, con l’intento di tradurre meglio gli stati emotivi e le idee. Con il Vecchio e il Mare ho imparato i primi rudimenti della narrazione, imparando a conoscere le verità dietro le apparenze e l’importanza di una attenta analisi del testo. Preferisco generalmente la forma del racconto breve ma sono impegnato anche sul versante del romanzo.

In poesia sicuramente Montale e la sua ricerca del “quid” sono stati il primo vero stimolo a scrivere in versi, intendendoli come strumento di esplorazione. Successivamente la necessità di ulteriori mezzi espressivi è aumentata proprio per sopperire a fiumi di parole e pensieri a briglie sciolte, quindi lo studio di poeti del passato, dei classici, delle tecniche di versificazione e della metricologia è divenuto indispensabile. Ancora oggi studio alacremente per colmare le lacune di una vita e comunque una vita non basterà.

Il resto è una storia ossessiva di indagine sulle parole, di bramosia della quartina illuminante, della creazione di una narrazione perfetta che, insieme alle altre chimere, non esiste ma che come una carota davanti all’asino, dondolano e fanno percorrere chilometri di strada. Speriamo in una buona direzione, ma chi può dirlo poi?

Com’è il giorno dopo aver vinto un premio?

Il giorno stesso è fatto di incredulità, soprattutto quando si tratta del primo premio in assoluto. Non ero granché convinto che fosse reale. Il giorno dopo è stato un connubio tra consapevolezza ed euforia, discreta nel mio caso ma pur sempre euforia. Ero in viaggio di ritorno proprio dal Golfo dei Poeti, in Liguria, dove avevo partecipato alla premiazione di un altro concorso poetico nel quale mi ero classificato come terzo. Era stato un grande onore e ancora, dopo tre giorni, ero eccitato. Quando ecco giungere la notizia del Premio Montag: Vincitore. È una gran bella parola ma comporta inevitabilmente una tempesta di emozioni e, perché no, di responsabilità. Si diviene completamente responsabili di ciò che si è scritto, si è totalmente colpevoli di ogni singola parola e tutto ciò viene sugellato da quella parola: Vincitore. 

Che succede in quei casi? Fanno a gara i primi dubbi su quanto scritto, le incertezze si accavallano per ricordarti che avresti potuto fare qualcosa in modo diverso, le idee sul come uscirne si confondono e sbattono tra di loro. Poi ci si ricorda che forse, a qualcuno, sia piaciuto davvero quel che hai scritto. E l’ansioso poeta (ma “io non sono un poeta”[2]) ritrova un briciolo di serenità.

A conti fatti, il giorno dopo è un gran bel giorno.

E allora, visto che scrivere è condividere, approfittiamo per leggere le liriche di Nicola e sfogliare i petali della sua rosa.

Il libro lo trovate cliccando QUI


[1] Aldo Palazzeschi, :riflessi

[2] Sergio Corazzini, Desolazione del povero poeta sentimentale

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